Le storie di Maramao - UNO
Notte inoltrata.
Area di servizio a 250 metri.
Rallento, immettendomi nella corsia di decelerazione.
Mi fermo al margine estremo dell’area, sul confine tra l’autostrada ed il nulla.
Ruoto la chiave di pochi gradi in senso antiorario. Il motore, docile, si spegne lasciando riposare le sue parti meccaniche sino ad allora in veloce, costante e ripetitivo movimento. Posso sentire l’albero motore perdere la sua rotazione, la pressione scendere nel circuito frenante, il calore dissipato dal radiatore, gli ultimi moti meccanici che fanno vibrare il sedile. Ore. Minuti. Secondi. Anni. Attimi che ti si fermano nella memoria, anni che ti scivolano addosso senza che te ne renda conto.
Lo sguardo si posa sugli indicatori del cruscotto: il contagiri, il tachimetro, gli indicatori della temperatura dell’olio e del livello del carburante iniziano la loro lenta corsa verso lo Zero: qualcosa oltre esso li attrae come un magnete. Quel qualcosa attrae anche me.
Gli anabbaglianti si affievoliscono lasciando spazio a flebili luci di posizione. Posizione? In un’area di servizio deserta in notte buia?
Potrei essere ovunque in questo momento. Il nero é uniforme attorno a me: nero l’orizzonte oltre il parabrezza, nero il cielo attraverso il tettuccio: Nero. Qualche piccola fiamma di lontanissimi fuochi incontrati lungo la strada appare ancora in lontananza nel retrovisore: cerco di mettere a fuoco quei bagliori, ma, cercando di afferarli, mi sfuggono, evanescenti come ricordi. Forse non c’é mai stata alcuna fiamma e comunque ora si é spenta.
Nessun’automobile sfreccia lungo l’autostrada. Nessun rumore. Nulla. Non riesco nemmeno a sentire il mio respiro. Rumore bianco. Tutto é Rumore Bianco. Nero ha come suono il Rumore Bianco. Un concetto molto taoista, gli avrebbe detto.
Circondato dal nulla, poco prima di dissolvermi, avverto l’eco un suono sordo. E’ il mio cuore a battere forte. Mi dice di non smettere di sperare. Io vorrei poterlo spegnere e con lui quella speranza che mi impedisce di scoprire cosa ci sia dietro lo Zero. Ma non ci riesco, non vuole, non si é rassegnato.
Sorrido. Ruoto nuovamente la chiave, questa volta in senso orario. Il motore si riaccende, gli indicatori si allontanano dallo Zero, i fanali dissolvono il Nero ed illuminano nuovamente un orizzonte sì limitato, ma pur sempre un orizzonte. Faccio il pieno, lascio l’area di servizio e mi reimmetto in autostrada.
Schiaccio forte il pedale dell’acceleratore, vincendo una volta di più l’attrazione che Zero esercita sulla lancetta del tachimetro. Il rumore del motore copre nuovamente il Rumore Bianco, almeno fino alla prossima area di servizio.
Dopotutto da qualche parte questa lingua di asfalto dovrà pur finire e magari quando lo scoprirò finirà anche questa lunga notte.
Stupido, stupido cuore.
Area di servizio a 250 metri.
Rallento, immettendomi nella corsia di decelerazione.
Mi fermo al margine estremo dell’area, sul confine tra l’autostrada ed il nulla.
Ruoto la chiave di pochi gradi in senso antiorario. Il motore, docile, si spegne lasciando riposare le sue parti meccaniche sino ad allora in veloce, costante e ripetitivo movimento. Posso sentire l’albero motore perdere la sua rotazione, la pressione scendere nel circuito frenante, il calore dissipato dal radiatore, gli ultimi moti meccanici che fanno vibrare il sedile. Ore. Minuti. Secondi. Anni. Attimi che ti si fermano nella memoria, anni che ti scivolano addosso senza che te ne renda conto.
Lo sguardo si posa sugli indicatori del cruscotto: il contagiri, il tachimetro, gli indicatori della temperatura dell’olio e del livello del carburante iniziano la loro lenta corsa verso lo Zero: qualcosa oltre esso li attrae come un magnete. Quel qualcosa attrae anche me.
Gli anabbaglianti si affievoliscono lasciando spazio a flebili luci di posizione. Posizione? In un’area di servizio deserta in notte buia?
Potrei essere ovunque in questo momento. Il nero é uniforme attorno a me: nero l’orizzonte oltre il parabrezza, nero il cielo attraverso il tettuccio: Nero. Qualche piccola fiamma di lontanissimi fuochi incontrati lungo la strada appare ancora in lontananza nel retrovisore: cerco di mettere a fuoco quei bagliori, ma, cercando di afferarli, mi sfuggono, evanescenti come ricordi. Forse non c’é mai stata alcuna fiamma e comunque ora si é spenta.
Nessun’automobile sfreccia lungo l’autostrada. Nessun rumore. Nulla. Non riesco nemmeno a sentire il mio respiro. Rumore bianco. Tutto é Rumore Bianco. Nero ha come suono il Rumore Bianco. Un concetto molto taoista, gli avrebbe detto.
Circondato dal nulla, poco prima di dissolvermi, avverto l’eco un suono sordo. E’ il mio cuore a battere forte. Mi dice di non smettere di sperare. Io vorrei poterlo spegnere e con lui quella speranza che mi impedisce di scoprire cosa ci sia dietro lo Zero. Ma non ci riesco, non vuole, non si é rassegnato.
Sorrido. Ruoto nuovamente la chiave, questa volta in senso orario. Il motore si riaccende, gli indicatori si allontanano dallo Zero, i fanali dissolvono il Nero ed illuminano nuovamente un orizzonte sì limitato, ma pur sempre un orizzonte. Faccio il pieno, lascio l’area di servizio e mi reimmetto in autostrada.
Schiaccio forte il pedale dell’acceleratore, vincendo una volta di più l’attrazione che Zero esercita sulla lancetta del tachimetro. Il rumore del motore copre nuovamente il Rumore Bianco, almeno fino alla prossima area di servizio.
Dopotutto da qualche parte questa lingua di asfalto dovrà pur finire e magari quando lo scoprirò finirà anche questa lunga notte.
Stupido, stupido cuore.
0 Comments:
Posta un commento
<< Home